Violenza

L'atto violento nasce dalla necessità intrinseca di avere potere sull'altro. Il fine ultimo dell'azione diviene dunque il violare i limiti di un individuo, ed il mezzo utile risulta qualsiasi atto coercitivo. Normalmente si tende a considerare come unico atto violento quello in grado di causare danni fisici, in realtà esso comprende uno spettro nettamente più ampio di azioni in grado di causare sofferenza in qualsiasi aspetto della vita dell'individuo.

La violenza quindi può essere fisica ma anche psicologica, sessuale, economica o spirituale. Le vittime di violenza possono essere indiscriminatamente uomini e donne di ogni fascia di età. Seppur differente nelle sue manifestazioni, l'atto violento sottende ad una necessità altra: colui il quale lo agisce ottiene e sancisce il dominio sulla vittima. L'abusante risulta in grado di piegare la libertà della vittima al proprio volere.

Quando si prende in esame la violenza di genere, istintivamente si è portati a pensare alla violenza sessuale agita da individui sconosciuti alle vittime; in realtà nella maggior parte dei casi gli attori sono individui appartenenti alla ristretta cerchia parentale o amicale della vittima. Molto più spesso di quanto non sia comunemente ritenuto la violenza sessuale non assume il connotato di "stupro" come atto fine a se stesso, ma appare più spesso inserita in un continuum di coercizioni ed obblighi all'interno della relazione con l'aggressore. La violenza di genere dunque raccoglie in sé tutti i comportamenti che una donna può trovarsi a subire all'interno di un ambito relazionale. Attorno a questo fenomeno si sono andate organizzando talune ipotesi che vale la pena analizzare:

a) Le violenze ai danni delle donne e dei bambini sono nettamente più diffuse di quanto non si pensi, uno dei motivi principali di questa scarsa consapevolezza è dato dalla mancata denuncia per timore delle ritorsioni.

b) Non esiste una specifica fascia sociale di "appartenenza" del soggetto abusante, né è possibile una precisa definizione di personalità del maltrattante.

c) L'atto violento non rientra esclusivamente tra i comportamenti connessi ad una momentanea perdita di controllo, per quanto ciò possa verificarsi; è molto più comune la strutturazione reiterata di una modalità relazionale tra gli individui in grado di mantenere vivo tale comportamento.

d) Non sempre la presenza di un vissuto di violenza nell'età infantile porterà a strutturare una modalità relazionale violenta, né tale comportamento è strettamente ricollegabile alla dipendenza da sostanze o disturbi psichiatrici.

Le conseguenze della violenza sulle vittime sono molteplici e risultano di estrema rilevanza quelle legate al benessere psico-fisico.Oltre ai danni fisici direttamente ricollegabili alla circostanza, sono spesso presenti disturbi psichiatrici legati allo spettro ansioso-depressivo, come disturbi d'ansia, disturbo post traumatico da stress, ovvero forme di autosvalutazione e di ritiro sociale. Inevitabilmente questo tipo di reazione incide in maniera estremamente rilevante sulla qualità di vita dell'individuo, fino a poterne modificare le abitudini, le relazioni ed il funzionamento. Un meccanismo di mantenimento di questo "circolo vizioso" è rappresentato dalla paura che la violenza possa reiterarsi, la paura per l'aggressore, specialmente se appartenente al contesto socio-familiare, porta le vittime a non denunciare l'accaduto e, conseguentemente, a non cercare aiuto.

Su questo atteggiamento si radicano la forza della violenza e la "vittoria" dell'abusante, poiché nella limitazione della vita dell'altro si sancisce definitivamente il proprio potere sull'altro.